Nel 1948 l’OMS definì la salute come “Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non solo l’assenza di malattia o infermità”.
Questa definizione, in considerazione dei tempi in cui fu elicitata, fu particolarmente innovativa e aprì la strada ad una concezione di benessere non puramente medico, riconoscendo la visione olistica dell’individuo, del minore, onnicomprensiva di aspetti individuali, sociali e ambientali.
Pertanto, ciò a cui ci rimanda questa definizione è che un minore, per poter vivere uno stato di Ben-Essere, quindi di poter Essere, di poter esprimere se stesso, la sua essenza, il suo Io, deve essere posto nella condizione di sentirsi accettato e sostenuto, di poter realizzare e soddisfare le proprie aspirazioni, i propri bisogni, che non possono essere meramente materiali, bensì ben più importanti sono quelli emotivi, che consentono il raggiungimento degli altri e perché questo possa realizzarsi è necessario che venga salvaguardato il suo diritto all’Autoderminazione.
Con questo termine, come ben sappiamo si fa riferimento al diritto del minore di scegliere, nelle situazioni che lo riguardano, in rapporto all’età e alla maturità ma, sovente, questo diritto è leso proprio da coloro che lo dovrebbero tutelare: i genitori.
La potente affermazione “l’umanità deve al bambino il meglio che ha da dare ”, contenuta nel Preambolo della Dichiarazione dei diritti del fanciullo del 1919, si propone di analizzare le coordinate giuridiche e gli approdi giurisprudenziali attraverso cui la generica enunciazione del principio noto come “the best interest of the child” diviene diritto sostanziale, principio giuridico interpretativo fondamentale e regola procedurale, e il diritto di autodeterminazione si trasforma in effettivo diritto del minore, dotato di capacità di discernimento, ad autodeterminarsi nelle scelte che lo coinvolgono direttamente, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.
Come ben conoscete è stata la Convenzione di New York (1989)che ha segnato il passaggio del bambino da semplice oggetto di protezione nei rapporti giuridici familiari a soggetto di diritti fondamentali, all’art 16 che recita:
«Tutti i bambini e gli adolescenti devono essere rispettati nella loro vita privata. Nessuno può entrare in casa loro, leggere la loro corrispondenza o danneggiare la loro reputazione. Hanno inoltre il diritto ad essere tutelati dalla legge contro tali interferenze o atteggiamenti offensivi.»
Nella pratica, l’autonomia decisionale del minore entra in gioco nel momento della crisi familiare e l’esempio più esplicativo consiste nell’ascolto del minore, che è stato introdotto nel 2006 e declinato in modo più incisivo più avanti (L. 219/2012 cd Riforma Bianca, d.lgs 154/2013 che ha introdotto l’art 336 –bis e 337 –octies c.c.) e che la riforma Cartabia ha ampliato abrogando gli artt. 336 bis e 337 – octies c.c., introducendo, contestualmente gli artt. 473-bis n° 4,5,6 c.p.c..
Alcune delle frasi più frequenti che, spesso, le coppie, in fase di separazione o già separate, seguo e vogliono stilare/rivedere gli accordi, sono state “E’ troppo piccolo, non poteva capire – Non ci ha mai visto litigare – Gli abbiamo detto che il papà va a lavorare lontano… capirà – Non siamo riusciti a trovare le parole giuste, per cui abbiamo preferito lasciar trascorrere gli eventi e fargli comprendere attraverso il cambiamento”.
Ma ci siamo mai chiesti che cosa accade in un bambino/adolescente, dentro di sé, quando vive situazioni di disagio/conflitto in famiglia?
La sua vita interiore, la sua anima si riempiono di ferite che non si saneranno facilmente, purtroppo!
Proprio per questo è importante che il minore, anche al di sotto dei 12 anni, venga ascoltato e non solo perché “Me lo ha chiesto lui/ei”, come molti genitori mi dicono, ma dovrebbero essere loro stessi a vederne il disagio e a prendersene cura.
Pertanto, sia come Psicologa Clinica, che come Psicopedagogista o Mediatrice Familiare quando ascolto un bambino/adolescente, quello che dico sempre ai genitori ma, anche, al minore, che tutto quello a cui lo stesso non mi darà il consenso di riportare loro, rimarrà fra me e lui a meno che, quello di cui vengo a conoscenza sia espressione di atteggiamenti autolesivi che non posso tacere, nell’interesse del minore stesso.
Quando parlo di ascolto faccio riferimento a un ascolto attivo, centrato sull’osservazione della CNV e sulla creazione di un rapporto di fiducia, utilizzando un linguaggio che si modula in rapporto all’età del minore e attraverso l’utilizzo di strumenti diversi, che vanno dal disegno, al gioco, alla scelta di pupazzi per rappresentare una famiglia dove, attraverso il meccanismo proiettivo è possibile rilevare una rappresentazione della sua quotidianità e delle dinamiche familiari, o la tecnica degli scarabocchi, di Winnicot (1971), dove lo psicologo fa uno scarabocchio e il minore aggiunge particolari per dargli una forma, poi nuovamente il clinico, oppure far inventare dei sogni, per esplorare il loro mondo fantasmatico oppure fargli esprimere 3 desideri, che si realizzeranno e questo consentirà di cogliere le loro paure e preoccupazioni.
Tutti questi strumenti saranno necessari per creare non solo fiducia ma, anche, armonia, comprensione e accordo.
Quindi in un contesto clinico e all’interno della famiglia dobbiamo perseguire il “Bene” ed “Essere” a dimensione del bambino/adolescente per crescere e stare bene insieme.
Nella Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, uno dei verbi più usati è “assicurare”, rendere sicuro.
Sicurezza deriva da “sine cura”, senza preoccupazione: questo è il compito dei genitori e di tutte le figure di riferimento, che ruotano attorno al minore, che non vuol dire evitare di fargli vivere situazioni di disagio, facendoli così crescere con delle profonde fragilità, che emergeranno nel confronto con la realtà. Questo compito, al tempo stesso, diviene espressione della loro adultità per cui, proprio per questo, non si può rinviare al minore il compito di capire il momento di crisi e di difficoltà della coppia coniugale che non deve confliggere con quella genitoriale, che non deve mai derogare al suo ruolo di guida, di caregiver.
Nell’art. 18 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia si dice per tre volte “allevare”, per cui è principale dovere dei genitori non dare, ma allevare, “alzare verso” e, quindi, far crescere, per garantire il loro Ben-Essere.
Questo è possibile dando loro “il miglior necessario”, di cui si parla sempre nella Convenzione, e questo non è altro che il proprio tempo, il proprio ascolto, il proprio esempio, il fare insieme e l’opportunità di decidere/scegliere, in rapporto alla loro età e maturità, al fine di garantire loro un Benessere Psicofisico, che consenta di prevenire disturbi e patologie in crescente diffusione, come i DCA, le forme di autolesionismo e i disturbi di ansia.
Affinché tutto questo trovi una sua concretizzazione è necessario aiutare i genitori a fare i genitori, perché i genitori di oggi, sono i bambini di ieri a cui non sempre è stato garantito il diritto all’autoderminazione e al benessere psicofisico, divenendo essi stessi fragili e incapaci di ricoprire un ruolo così importante.