Jon Kabat Zinn ha definito la Mindfulness come “la capacità di prestare attenzione a qualcosa, in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente, senza giudicare”
Quante volte siamo intenzionalmente presenti a quello che facciamo?
Quante volte osserviamo senza giudizio?
Quante volte compiamo un’azione e non ci ricordiamo di averla fatta e, tanto meno, dei passaggi messi in atto?
Quante volte ci dimentichiamo dove abbiamo posto un oggetto?
La risposta, anche in termini numerici, a queste domande ci può far comprendere che non siamo abituati a vivere il presente (pensiamo di farlo), con attenzione, momento per momento.
Solitamente siamo proiettati nel futuro, alimentando così ansia e paura, oppure volgiamo lo sguardo indietro, al passato, favorendo l’emersione di emozioni come la rabbia, conseguente ad un profondo senso di ingiustizia, il senso di colpa per quello che avremmo potuto fare, ma non abbiamo fatto.
Nel mio lavoro invito spesso i mie pazienti a riflettere su questo aspetto, perché questo modo di rapportarci alla vita è alla base di molti disturbi di origine psichica ma, soprattutto, è necessario consapevolizzare che il passato non si può cambiare, il futuro non lo possiamo prevedere, ma il presente lo possiamo costruire e modificare solo se lo viviamo step by step, passo dopo passo, senza distrarci.
Ed è qui che si inserisce l’importanza della pratica quotidiana della mindfulness, che potremmo vedere come un processo, non certamente come una semplice tecnica .
Potremmo vedere la mindfulness come quella pratica che ci consente di avere una consapevolezza continua e costante del qui ed ora, accettando ciò che la vita ci offre, senza giudizio.
Molti studi ci hanno dimostrato che questa pratica ci protegge nei confronti della depressione, “perché è associata alla regolazione degli affetti e all’accettazione di sé” (Jimenez, Niles & Park, 2010).
Questa consapevolezza, dopo anni di studi, ha portato all’elaborazione del protocollo MBCT, mindfulness based cognitive terapy.
Ci aiuta nella gestione dei disturbi d’ansia, in quanto favorisce la regolazione dell’amigdala, ci viene in soccorso nell’accettazione del dolore, perché ci consente di stare nel dolore e, come diceva Marcel Proust, “guariamo dalla sofferenza solo sperimentandola fino in fondo”; ci aiuta nella prevenzione delle ricadute, nel caso delle dipendenze e, proprio per questo, è stato creato, il protocollo MBRP , Mindfulness based relapse prevention). Ma non solo!
La mindfulness ci consente di gestire il senso di vuoto, che è alla base, in ambito clinico, di diversi disturbi, come la depressione o i disturbi di personalità. Ma il senso di vuoto può essere visto, anche, come una universale esperienza umana, che facilita il distacco dalla situazione che alimentano la sofferenza.
E come mettiamo in atto questo distacco?
Con forme di autolesionismo, con l’abuso di alcool o droghe, con discontrollo del cibo, con rapporti sessuali non protetti che, pur essendo situazioni difficili, risultano più gestibili da parte della persona, rispetto a delle emozioni negative.
E quale, fra tutte le emozioni, alimenta quel vuoto esistenziale, che ci spinge a mettere in atto certi comportamenti?
Viktor Frankl l’ha individuata nella noia infatti, non è raro che persone che arrivano alla tanto desiderata, agognata pensione poi, entrano in uno stando depressivo, perché si è rotta la loro routine e non riescono a crearsene un’altra, sprofondando così nel buio di questa patologia.
Quindi, definire la mindfulness come una forma di meditazione è riduttivo perché, come evidenziato sopra, praticandola regolarmente, tutti i giorni, non solo ci permette di vivere al meglio il presente ma, ci consente, anche, di uscire o di ridurre i sintomi di patologie psichiche, dopo aver seguito il protocollo specifico, continuando, poi, a praticarla, dal momento che la persona è riuscita a coglierne i benefici e il valor intrinseco.