“Qualsiasi malattia può diventare per noi un grande maestro” (Hal Stone – Il dialogo con il sintomo): queste poche parole sono l’espressione del grande lavoro che possiamo fare con il VD non solo sul piano della consapevolezza di ciò che si cela dietro quel sintomo ma, anche, in quello della prevenzione, perché prenderci cura di quelli che potremmo definire sintomi minori, che sono l’espressione di quelle nostre parti interiori che, essendo inascoltate, ci comunicano il disagio che vivono nei contesti relazionali, attraverso la sofferenza fisica, e questo ci preserva dall’evoluzione di quelle sintomatologie che, se generano dei blocchi energetici profondi possono, nel tempo, trasformarsi in patologie molto gravi.

Antonio Damasio, a conferma di quanto affermato ci dice che: “Non è possibile la separazione delle più elaborate attività della mente dalla struttura e dal funzionamento di un organismo biologico. Esiste una connessione tra il corpo, le strutture cerebrali individuali e alcune componenti della mente come la coscienza, le emozioni, la consapevolezza di sé e la volontà”

Ma non solo, Viktor E.Frankl,  in  Man’s Search for Meaning  sosteneva che “Tra uno stimolo e una risposta c’è uno spazio. In quello spazio si trova il nostro potere di scegliere, la nostra risposta. Nella nostra risposta ci sono la nostra crescita e la nostra libertà”.

In sintesi, con queste poche parole ci fornisce la soluzione per prevenire la malattia, mettendo in atto un processo  Decentramento e Dis-identificazione, perché smettendo di identificarci con il  pensiero cambiano anche le reazioni fisiologiche del corpo.

La mente non produce pensieri per danneggiarci, ma perché alcuni di essi possono essere utili per il nostro adattamento e,tra i tanti pensieri che ci arrivano, qualcosa ci può essere utile e servirci, ma dobbiamo maturare l’idea che la MENTE CI E’ AMICA,  siamo noi i nemici di noi stessi, nel momento in cui ci Identifichiamo in un pensiero che, generando blocchi energetici, che perdurano nel tempo, portano alla comparsa della malattia.

Il dolore è un concetto. E’ un’etichetta, qualcosa che si aggiunge alla sensazione stessa. E’ molto facile che, probabilmente ti ritroverai a pensare “Io ho un dolore alla gamba”. Io è un concetto. E’ qualcosa in più aggiunto alla pura esperienza. Quando introduci “Io” nel processo stai costruendo un divario concettuale tra la realtà e la consapevolezza che vede quella realtà. Pensieri come “Io, Me o Mio” non hanno posto nella consapevolezza diretta. Quanto porti “me”nella tua rappresentazione della realtà doloroso, ti stai identificando con il dolore. Ciò aggiunge semplicemente enfasi ad esso. Se lasci l’”Io” fuori dall’esperienza, il dolore non è doloroso. E’ solo un puro flusso di energia in aumento. Nello sviluppare la consapevolezza sospendiamo temporaneamente il processo di concettualizzazione e ci concentriamo sulla pura natura dei fenomeni mentali”. (126) La pratica della consapevolezza, Henepola Gunaratana 2011(monaco buddista dall’età di 12 anni).

Joseph Goldstein uno dei più grandi insegnanti di meditazione Vipassana del mondo afferma che «Dal punto di vista della psicologia buddhista gli stati mentali, incluse le emozioni, sorgono e svaniscono, vuoti di ogni natura sostanziale. Nascono quando si combinano alcune condizioni e scompaiono quando tali condizioni cambiano. Nessuno di essi appartiene a nessuno, né accade a nessuno. Sentite la differenza tra l’esperienza ‘sono arrabbiato’ e l’esperienza ‘questa è rabbia’? Da questa piccola distinzione deriva un mondo intero di libertà».

Nel primo caso si ha un’alterazione delle vie epatiche, nel secondo facciamo una constatazione di quello che sta accadendo, come conseguenza della nostra capacità di osservazione.

Potremmo vedere questa tendenza ad identificarci con il primo pensiero, come la naturale conseguenza di un Sé interiore che, per troppo tempo, è rimasto inascoltato e che, con l’unico modo che conosce ci chiede di essere incluso,  costringendoci così a prendercene cura, spingendoci ad includerlo nella nostra famiglia interiore, attraverso un lavoro che porterà all’emersione di un Io Cosciente che saprà gestire la conflittualità interiore, portando l’individuo a mettere in campo comportamenti e scelte diverse da quelle esperite fino a quel momento ma, eminentemente, favorirà la remissione di quei sintomi che generavano la sofferenza fisica.

Quindi,  il VD può favorire un processo di consapevolezza corporea, che consentirà ad ognuno di noi di entrare in relazione con il proprio corpo, trasformando la percezione dei sintomi fisici da dolori a “parole nuove”, che potranno essere interpretate e comprese, per perseguire l’obiettivo di attivare un processo di autoguarigione, ponendo così fine a quell’atteggiamento di delega, a cui ognuno di noi tende, quando si trova in una condizione di sofferenza fisica. Tutto ciò tenendo presente la correlazione “corpomente-anima-emozione”. Quindi il VD è quello strumento che ci consente di includere nella “nostra famiglia interiore” anche quei sé che portano la sofferenza fisica cercando, attraverso questa,  di dare un senso alla nostra vita.

CHI SOFFRE SI AMMALA MOLTO DI PIU’!

Non è un’affermazione che non ha un fondamento scientifico, anzi, è ampiamente dimostrato che la sofferenza psichica, che genera stress, abbassa il sistema immunitario, come conseguenza della rottura dell’equilibrio dell’asse ipotalamo/ipofisi/surrene, con conseguente fragilità fisica che espone la persona a frequenti patologie da raffreddamento, metaboliche, digestive o di altra natura.

Pertanto in che modo il VD può contribuire nella remissione/guarigione di certi sintomi?

Concorre  ricreando l’equilibrio interiore, che favorisce un’armonia energetica, che diviene l’espressione dell’inclusione di quell’aspetto rinnegato, che potremmo considerarlo come il diverso dentro di noi,  che ci stava comunicando la sofferenza esistenziale, attraverso il dolore fisico o psichico, ma che noi non stavamo ascoltando da tanto tempo.

Ed è da questa visione olistica dell’individuo che appare ovvio che la guarigione della psiche debba passare dall’ascolto del corpo, attraverso tecniche, come il VD,  che consentano di liberarlo dai traumi/somatizzazioni e, di conseguenza, liberare la mente dai pensieri ossessivi, ricorrenti che alimentano il disagio fisico, fino ad arrivare alle patologie gravi. Ma non solo, è attraverso il corpo che possiamo prenderci cura delle ferite dell’anima.

Quello che sostengo da sempre è che il corpo è il più grande capro espiatorio della nostra mente, ed è lui che attraverso le parole “sintomatologiche” ci esprime ciò che la nostra mente non ci consente di vedere. Da qui l’importanza di intervenire quando il disagio è ancora su un piano emotivo, espresso con sintomi lievi, per evitare che sfoci in patologie importanti.

Che cos’è la consapevolezza del linguaggio del corpo?

La consapevolezza del linguaggio corporeo si riferisce alla capacità che ognuno di noi dovrebbe avere di implementare, di prestare attenzione alle sensazioni fisiche e alle reazioni del corpo nel qui ed ora.

Questa sembra un’affermazione banale e scontata, in realtà non è così, visto che, sovente, siamo così immersi nella miriade di impegni che abbiamo e nella molteplicità di riflessioni mentali, che ci dimentichiamo di connetterci con il nostro corpo, ascoltando quei nostri Sé interiori che non conoscono altro modo per farsi ascoltare, ad eccezione del sintomo/malattia.

Pertanto, parlare di consapevolezza corporea vuol dire sintonizzarci con le nostre sensazioni fisiche, come la respirazione, la tensione muscolare, le percezioni tattili, la sensazione di caldo/freddo, il senso di oppressione/pesantezza…e questo diviene un modo per essere presenti a noi stessi.

(Abstract relazione Convegno Associazione Voice Dialogue – 25 Maggio 2024 – Villa Mazzacorati – Bologna