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Quando Bowlby elaborò la sua teoria del funzionamento psichico umano, fondata sulla  motivazione primaria di stabilire un legame intenso, di attaccamento, che ognuno di noi, durante la prima infanzia (primi due anni di vita), ha creato con la propria madre, sancì l’importanza di questa prima relazione diadica, che non ha eguali.

Anche se lui ci tenne a sottolineare che con il termine madre non intendeva la madre biologica, ma il caregiver di accudimento/attaccamento, era fondamentale che ognuno di noi avesse una figura primaria di riferimento, a cui si sarebbero aggiunti “altri significativi”.

Perché è così importante questa relazione?

Perché è quella che ha favorito in noi la formazione dei MOI, Modelli Operativi Interni.

E cosa sono?

Sono dei “copioni mentali”, delle rappresentazioni mentali dei legami affettivi, che hanno il ruolo di modulare e interpretare ciò che ci accade, aiutandoci a gestire le nostre “aspettative future”, in merito alle nostre relazioni.

Bowlby definiva con il termine di “ mappa conoscitiva dell’ambiente” questi schemi interiori in cui vengono rappresentate le nostre aspettative sulle relazioni umane, su come noi saremo all’interno delle stesse, su come saranno gli altri e su come sarà la nostra personalità adulta.

Quindi i MOI sono l’equivalente dell’inconscio rappresentazionale, all’interno del quale vengono riprodotte quelle relazioni prototipiche, avute in età precoce con i nostri genitori, che vengono a costituire il modello o la norma di ciò che dobbiamo credere o aspettarci dagli altri.

Ognuno di noi è nato con la motivazione primaria di attaccamento, di contatto, che abbiamo espresso attraverso la suzione, la vocalizzazione, il sorriso, il pianto, il bisogno di un abbraccio, di attenzione o ricercando la vicinanza.

Perché sono così importanti questi piccoli/grandi momenti interattivi?

Perché sono alla base delle nostre capacità esplorative, della nostra innata curiosità, del nostro sviluppo cognitivo, emotivo e motorio.

Sapere che nostra madre era lì, pronta a venire in nostro aiuto, a darci quelle attenzioni di cui avevamo bisogno, è ciò che ci ha permesso di allontanarci da lei, perché ci sentivamo sicuri, pronti per incominciare a camminare nella strada della vita, preparati per esplorare il mondo, con la consapevolezza che avevamo il nostro “porto sicuro”, presso cui fare ritorno.

Questo bisogno di fare ritorno alla nostra “base sicura” non lo abbiamo vissuto solo durante l’infanzia, li abbiamo posto le basi, le fondamenta della relazione con nostra madre, ma è un’esigenza che abbiamo per tutta la vita.

Erikson sosteneva che, all’età di un anno, la nostra grande conquista evolutiva è stata quella di lasciare che nostra madre si allontanasse da noi, senza provare ansia, dal momento che avevamo fiducia che sarebbe tornata.

Questo grazie ai suoi comportamenti amorevoli e coerenti, che ci hanno consentito di acquisire questa fiducia di base che, poi, abbiamo esteso a tutte le relazioni interpersonali future.

Nostra madre è quella che ci ha lasciato piangere, non perché era dura o crudele, non perché godeva nel sentirci piangere, ma perché riteneva che quello fosse un buon metodo per educarci, per farci acquisire delle regole, è quella che ci ha consolato quando ci facevamo male, è quella che ci ha difeso da tutto e da tutti, sacrificando anche se stessa, è quella che ci ha consentito di acquisire la capacità di regolazione delle situazioni di stress, è quella che chiamiamo nei momenti di sconforto o difficili della nostra vita, è quella a cui ci rivolgiamo, quando abbiamo bisogno di un confronto.

E cosa accade, dentro di noi, quando la nostra base sicura viene meno?

Possiamo sentirci persi, con la sensazione che qualcosa si è rotto al nostro interno, senza più radici, vuoti, confusi, perché è venuto meno il nostro porto sicuro, la nostra ancora di salvataggio.

Possiamo avere la percezione che non c’è più colei che ci ha amati in modo incondizionato, anche quando non condivideva le nostre scelte, che ha saputo infonderci la fiducia, che ce l’avremmo fatta a superare le difficoltà della vita, è venuta meno colei che ci ha dato la possibilità di iniziare il nostro cammino nella strada della vita.