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Viversani

Intolleranze:  e se fosse colpa della psiche?

Si tratta di una problematica in costante crescita, in tutte le fasce d’età, ma le cause non ancora del tutto chiare. Secondo alcuni esperti, dietro al rifiuto di un cibo, da parte dell’organismo, ci potrebbe essere un’emozione non riconosciuta e riconducibile all’alimento stesso. Ecco perché

Sono una reazione avversa
Per intolleranza alimentare s’intende una reazione avversa e prolungata dell’organismo all’ingestione di alimenti di uso comune. Alla base possono esserci fattori diversi, non tutti conosciuti, come:
– una carenza di enzimi sostanze che si trovano sulle pareti intestinali e hanno la funzione di scindere, digerire e assimilare i nutrienti introdotti con l’alimentazione;
– la presenza negli alimenti di sostanze ad attività farmacologica come l’istamina;
– indebolimento delle pareti dell’intestino;
– predisposizione genetica.

I cibi vengono caricati di significati simbolici
Anche la psiche potrebbe avere un ruolo determinante nella comparsa di questi disturbi. “Sulla base della mia esperienza personale e professionale ritengo che le intolleranze alimentari sono il frutto di significati simbolici di cui quel determinato cibo viene caricato. Sono il risultato finale di ferite dell’anima spiega la dottoressa Edi Salvadori, psicopedagogista e counselor a Città di Castello (Pg). In un certo senso, si innesca un processo simile a quello che accade sul piano fisico. Una persona nasce con una certa struttura, ma questa nel corso del tempo cambia e si adatta alle condizioni ambientali e allo stile di vita, andando incontro, per esempio, a lordosi o abbassamento di una spalla. Sul piano emotivo, si tende a caricare gli alimenti di connotazioni che non avevano in origine, in relazione alle esperienze vissute.

Un processo che inizia da lontano
In effetti, il cibo ha universalmente una certa valenza psicologica. Quando si è giù di corda viene quasi naturale scegliere alimenti dolci e/o di consistenza morbida, che consolano e riempiono un vuoto, mentre quando si è arrabbiati spesso ci si abbuffa, magari prediligendo cibi saporiti o piccanti o, al contrario, non si riesce a ingoiare nulla. “È chiaro, poi, che se una persona ha sempre tentato di colmare una sofferenza emotiva rifugiandosi in un certo cibo, inconsapevolmente, pian piano, inizierà ad associarlo a sentimenti negativi” dice la dottoressa. Per esempio, se da piccola, dopo i litigi con la mamma, cercavo conforto in una tazza di latte, a lungo andare, questo alimento, evocherà tutta la sofferenza provata nell’infanzia. Ecco perché l’organismo comincia improvvisamente a rifiutarlo, anche se i rapporti con la figura genitoriali non sono più conflittuali ma, magari lo sono quelli con un’amica, a cui sono particolarmente legata.

A ogni alimento la sua ferita

Il rapporto con il cibo è strettamente personale, per cui le reazioni e le emozioni evocate da uno stesso alimento possono variare da persona a persona. In linea di massima, però, ci sono determinati cibi che, tendenzialmente, hanno significati simbolici simili in tutti i soggetti. Ecco quali.

Latte e derivati
In genere, l’intolleranza verso questi alimenti denota un rapporto conflittuale con la figura materna. Probabilmente, in un qualche periodo della vita la persona si è sentita rifiutata o in opposizione alla madre. Può essere successo durante l’allattamento, quando la donna, attraverso il suo latte non trasmetteva amore e sicurezza, ma ansia, perché distratta da preoccupazioni o, addirittura, tristezza, perché incline al pianto o apatica. Oppure durante l’infanzia, quando il piccolo la cercava e lei non era presente, per motivi più che giustificati, ma la persona potrebbe aver comunque vissuto un abbandono

Glutine
Quando un soggetto soffre di intolleranza al glutine deve iniziare ad alimentarsi in modo completamente diverso dal resto della famiglia, a tutti i pasti, perchè non può mangiare lo stesso tipo di pasta, lo stesso tipo di pane, lo stesso tipo di biscotti e così via. “In qualche modo, questa problematica lo pone al centro dell’attenzione. Ecco perché è probabile che all’origine ci sia un nucleo famigliare un po’ fagocitante, in cui il giudizio e l’opinione dell’individuo non venivano ascoltati perché magari lui era considerato troppo piccolo o inesperto”, chiarisce l’esperta. Attraverso questo disturbo, dunque, l’individuo rivendica il suo ruolo, la sua identità.

Mele
La mela è il frutto del peccato per eccellenza. Per questo, l’intolleranza alla mela può essere legata al senso di colpa. Le persone provano sensi di colpa, perché gli può accadere di avere atteggiamenti arroganti, nei confronti dei propri cari o di persone che non si rapportano in modo appropriato, per cui scagliano su di loro la rabbia inespressa.

Prezzemolo
Il prezzemolo cresce ovunque. Ecco perché chi soffre di questa intolleranza, in genere, non è in grado di stabilire dei limiti. Si tratta di soggetti particolarmente disponibili, gentili, responsabili, sempre pronti a pensare agli altri, mettendo se stessi in secondo piano, per cui si lasciano “invadere” continuamente.

Carne
Questa intolleranza può essere l’espressione di un forte stress e di uno stile di vita frenetico: colpisce le persone che non si concedono nemmeno il tempo per nutrirsi. Infatti, occorre considerare che la carne necessita di tempi più lunghi per la masticazione e l’assimilazione.

Caffeeina.
È un’intolleranza tipica delle persone particolarmente rigide con se stesse, con un grande senso del dovere e con una forte responsabilità. Secondo il loro punto di vista, la vita è fatta di sacrifici e anche una pausa caffè può essere un lusso troppo grande.

Cioccolato
L’intolleranza verso quello fondente può indicare una vita sessuale vissuta come senso del dovere e non del piacere. Quella verso il cioccolato al latte, invece, può rivelare un bisogno di coccole, di affetto, di dolcezze.

Un’occasione di miglioramento
Secondo questa visione le intolleranze possono rappresentare un’occasione per migliorare la propria vita. Se è vero che derivano dall’incapacità di ascoltarsi nel profondo, allora è vero che possono essere il tramite per iniziare a cambiare. Un esempio? Si è intolleranti al prezzemolo? Allora forse è il caso di iniziare a dire qualche no, a essere un po’ egoisti e un po’ meno disponibili. Non si sopportano più i dolci? Forse, è bene iniziare a circondarsi di persone in grado di regalare un po’ di affetto e coccole.

Serve l’aiuto di un professionista
In quest’ottica le intolleranze vanno trattate non solo sul piano fisico ma, anche, cercando di farne cogliere la valenza simbolico/emotiva. “Questo non significa che in presenza di queste problematiche non subentrino alterazioni biochimiche, al contrario. Semplicemente significa che all’origine di tutto può esserci anche un blocco emotivo che va rimosso” afferma Edi Salvadori. In che modo? Attraverso un percorso con un professionista che si occupa della relazione di aiuto, che porterà la persona a riflettere sulle sue esperienze, aiutandolo nel riequilibrio delle sue ferite interiori.

Si inizia un percorso di consapevolezza
Quando una persona soffre di intolleranze, però, si rivolge al gastroenterologo, non sicuramente al counselor, allo psicologo o allo psicoterapeuta. “I soggetti che mi chiedono aiuto soffrono di disagi emotivi e difficoltà relazionali più o meno profondi. Nel corso dei colloqui, tuttavia, può emergere che è presente anche un’intolleranza. È a quel punto che si inizia a collegare il tutto” dice la psicopedagogista e counselor. Compito dello specialista è aiutare l’individuo a compiere una riflessione sulla sua vita e sulle sue relazioni, in modo da fargli comprendere le vere ragioni delle sue difficoltà. Una volta riequilibrate le ferite interiori, con esse, sarà possibile superare anche le intolleranze.

Servizio di Silvia Finazzi.