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Il tema del coinvolgimento dei figli in Mediazione Familiare, nel nostro Paese, è abbastanza controverso, sia per gli aspetti normativi, dove non si fa menzione di questo opportunità, sia per le scuole di pensiero, che sono su posizioni, a volte, diametralmente opposte.

Ci sono approcci teorici che escludono aprioristicamente la presenza dei bambini in Mediazione, in quanto ritengono che gli stessi devono rimanere al di fuori della conflittualità genitoriale, per cui è dovere del professionista riportare l’attenzione su di loro, nel momento in cui i genitori si accingono a prendere delle decisioni (questa posizione è più affine ai modelli terapeutici).

Di contro, i modelli sistemico relazionali vedono come un limite la non partecipazione dei figli, in quanto la loro presenza potrebbe divenire chiarificatrice delle dinamiche relazionali e dello stato emotivo del minore.

 Ovviamente, se la conflittualità è particolarmente elevata, prima sarà necessario riaprire un dialogo, poi, prevedere l’incontro, perché questo potrebbe consentire di evitare manipolazioni del figlio stesso, che potrebbe essere imbonito sulle cose da dire, mettendolo così nella condizione di dover operare una scelta.

Questa è una situazione che va evitata infatti, preventivamente all’incontro, sarà necessario chiarire ai genitori che non dovranno condizionare il figlio/a, ma che al termine il Mediatore potrebbe anche non avere l’assenso di riferire quanto è emerso, perché se ciò che li spinge a dare il consenso é questo, è necessario sedare tutto ciò che può divenire limitante, per evitare l’emersione di aspettative che non potrebbero essere esaudite.

Lisa Parkinson[1], che segue un modello centrato sulla famiglia, non esclude questa possibilità, ma ritiene altrettanto importante valutare attentamente le motivazioni che possono spingere all’incontro, valutando sia i benefici che i limiti.

Nella sua esperienza di Mediatrice, per quanto riguarda i primi,  ha potuto riscontrare che tutti quelli che sono stati coinvolti hanno affermato:

  • di essersi sentiti aiutati e sostenuti;
  • di aver riaperto la comunicazione con i genitori che, a volte, si era interrotta, perché incapaci di comprendere cosa stesse realmente accadendo;
  • di essersi sentiti ascoltati e considerati, visto che il loro sentire e il loro punto di vista era stato preso in considerazione;
  • di aver vissuto l’incontro come uno spazio in cui si sono sentiti liberi di esternare ciò che stavano provando, senza essere giudicati e senza la paura che i genitori potessero sentire;

in merito ai secondi ha rilevato che:

  • prendere consapevolezza di quello che realmente sta accadendo non è stato poi facile gestirlo per il figlio (quasi, quasi era meglio rimanere nell’incoscienza, in uno stato di torpore, dove pensi e senti che c’è qualcosa che non va, ma non ne hai la certezza);
  • dare voce e quindi forza alla posizione dei figli, in rapporto a quello che emerge, potrebbe creare uno sbilanciamento verso l’uno o l’altro genitore;
  • il Mediatore deve essere ben consapevole dell’eventuale rischio di triangolazione fra genitori e figli;
  • il Mediatore potrebbe divenire il depositario di affermazioni che il bambino/adolescente non vuole che vengano rivelati ai genitori, per cui si trova di fronte al dilemma di non dover trattenere un segreto, ma di aiutare il minore nel trovare il modo migliore per comunicarlo;
  • i genitori potrebbero fare delle pressioni preventive o, addirittura, arrabbiarsi con il figlio/i nel momento in cui vengono informati sul contenuto dell’incontro.

Tutte queste sono variabili di estrema importanza che il mediatore deve avere ben chiare, perché solo così potrà essere in grado di gestirle.

Personalmente non vedo la presenza dei figli in Mediazione come una regola, bensì come un’eccezione, da valutare volta per volta, quando se ne ravvisa la necessità e, soprattutto, se la richiesta arriva dal figlio stesso o se uno dei due genitori evidenzia l’esigenza.

Perché un Mediatore dovrebbe proporre ai genitori l’ascolto del minore?

Qual è l’obiettivo da raggiungere?

Innanzitutto l’incontro deve avere come fine ultimo il benessere del figlio/i e non quello dei genitori.

Parlare con una persona estranea al conflitto, che sta aiutando i genitori a gestirlo, potrebbe essere per lui un modo per far sentire la sua voce che, su suo consenso, potrebbe essere riportata dal Mediatore agli stessi i quali, a loro volta, potrebbero far tesoro di quanto emerso per le decisioni che afferiscono la gestione del figlio e delle situazioni correlate.

Questo non vuol certo dire che si deve verificare una trasposizione delle responsabilità e delle decisioni, ma semplicemente che gli accordi, per essere duraturi ed efficaci, più sono rispondenti alle necessità e ai bisogni dell’intero nucleo familiare e meglio è.

 Per questo motivo, un incontro, al massimo due, potrebbe essere previsto prima di arrivare alla stesura degli accordi definitivi.

Come gestire l’incontro?

  • Innanzitutto è necessario che entrambi i genitori ne rilevino la validità, in quanto il professionista esperto può aiutare il figlio a comprendere i cambiamenti all’interno della famiglia;
  • Fondamentale la gestione dei primi minuti dell’incontro, perché l’impatto che il minore riceverà sarà quello che condizionerà il proseguio. Pertanto è estremamente importante non sottovalutare il modo di porsi, la prossemica, il tono di voce e le parole utilizzate, in quanto tutto questo dovrà veicolare il messaggio che il Mediatore è lì per ascoltarlo, a prescindere da quello che dirà. L’empatia è sicuramente l’elemento che potrà fare la differenza;
  • Il bambino /adolescente deve sentirsi libero di esternare le proprie emozioni, perché sentirà che dinanzi ha una persona che non lo sta giudicando, anzi è lì per sostenerlo;
  • Tutto quello che emergerà potrà essere trasmesso ai genitori, se c’è l’assenso, ma il Mediatore non deve farsi garante che quanto richiesto troverà una totale applicazione.

Quanto asserito, se lo trasliamo nella quotidianità, può essere utile nel normale rapporto genitori/figli, in quanto dovremmo essere empatici, capaci di ascoltarli e renderli partecipi, in rapporto alla loro età, dei cambiamenti che riguardano la famiglia, e non informarli solo quando le decisioni sono state prese, tenerli fuori dal conflitto e non porli nella condizione di dover fare delle scelte.

Se vogliamo poi traslare i principi di quanto asserito, ossia Accoglienza, Accettazione senza giudizio, Ascolto Attivo, Empatia potremmo vederli non solo come aspetti imprescindibili nella relazione di aiuto (Mediazione Familiare, Counseling…) ma, anche, come i presupposti fondamentali di tutte le relazioni che, ognuno di noi, può vivere nella quotidianità, in quanto potrebbero divenire la garanzia per l’instaurazione di relazioni efficaci ed efficienti, improntate sul rispetto dell’altro e di se stessi

 

 

 

 

 

[1] Chi opera nell’ambito della Mediazione Familiare sa perfettamente chi è Lisa Parkinson, ma per coloro che ne sono al di fuori, mi preme sottolineare che è stata la prima, in Europa, ad aver introdotto la pratica della Mediazione Familiare.